
|
GLI E.T. DELLA BELLA EPOQUE |
|
Verso la fine dell’800
ed i primi del ‘900 molti autorevoli scienziati diffusero l’idea che quasi tutti
i pianeti del sistema solare ospitassero forme di vita intelligente; esseri più
progrediti dei primitivi terrestri e creatori di grandi ed antiche civiltà.
Queste idee attecchirono
così profondamente nell’ideale collettivo di quel tempo, che soltanto l’avvento
delle prime missioni spaziali riuscì definitivamente a cancellarle.
Il pianeta che prima di
tutti venne considerato abitabile, i suoi abitanti vennero battezzati ‘seleniti’,
fu ovviamente la Luna.
Già alla fine del ‘700
William Herschel, famoso tra l’altro per aver scoperto il pianeta Nettuno,
sosteneva di aver osservato, con il suo telescopio, delle foreste sulla
superficie lunare che secondo il suo parere dovevano essere costituite da alberi
5/6 volte più alti di quelli terrestri. Le osservazioni successive, inoltre, lo
portarono a ritenere di aver visto anche campi coltivati, città, strade ed
addirittura piramidi.
Tutto questo fu poi
completato da un certo Johann Schroter il quale in un suo libro affermava che le
macchie più scure visibili sulla superficie lunare, altro non erano che città
avvolte da una cappa di fumo e smog.
Anche per Marte si sprecarono innumerevoli dibattiti sulle forme di vita che lo popolavano. L’impulso iniziale fu dato dall’italiano Giovanni Schiapparelli, direttore di un osservatorio astronomico, che nel 1877 comunicò al mondo di aver osservato dei profondi canali sulla superficie di Marte, che sicuramente non erano di origine naturale.
Ad alimentare questa
affermazione ci pensò, in seguito, Percival Lowell, miliardario ed astronomo
dilettante, il quale arrivò alla conclusione che i canali di Marte erano stati
costruiti con lo scopo di prendere l’acqua dalle calotte polari del pianeta per
poter irrigare l’arida superficie marziana.
Quando poi qualcuno fece
notare che per costruire simili canali gli abitanti di Marte avrebbero dovuto
impiegare una forza lavoro di almeno 200 milioni di persone per un periodo di
circa 1000 anni, Lowell scrisse che, essendo la gravità del pianeta molto più
bassa di quella terrestre (circa 1/3), i suoi abitanti sarebbero stati almeno 50
volte più forti di un normale terrestre.
Oltre a sostenere,
inoltre, che i marziani fossero molto più evoluti, ritenendo le nostre più
recenti invenzioni come reliquie di un lontano passato esposte nei musei
marziani, Lowell liquidò anche il problema della rarefatta atmosfera di Marte.
Egli in pratica aggirò
il problema ritenendo che: ‘…come un pesce immagina sia impossibile la vita
fuori dall’acqua, allo stesso modo noi pensiamo che la vita sia impossibile in
presenza di pochissima aria. In questo modo non ragioniamo come filosofi, ma
come pesci.’
L’apice delle fantasie
su Marte, però, fu raggiunto nel 1935, da un certo Desiderius Papp, che in un
suo libro sostenne che le macchie circolari, presenti alle intersezioni dei
canali, erano in definitiva delle grandi città che si addensavano in quei luoghi
per sfruttare l’acqua proveniente dalle calotte polari. Queste città, secondo
Papp, si innalzavano al cielo con edifici molto più alti di quelli terrestri,
dato che la bassa gravità consentiva tali costruzioni ed infine, considerando
Marte un pianeta gelido ed arido, arrivò alla conclusione che i marziani
avrebbero vinto il freddo con l’elettricità e sterminato tutti gli animali del
pianeta per non condividere con loro le scarse risorse alimentari che offriva il
pianeta.
Per quanto riguarda
Venere, invece, il problema era diverso. Il pianeta infatti è costantemente
coperto da nubi che impediscono l’osservazione della superficie e quindi molti
scienziati di quel tempo ritennero che l’opacità della nebbia venusiana fosse
dovuta alla presenza di immense paludi e di vastissime foreste le quali
sviluppavano un’enorme quantità di vapore acqueo che contribuiva a nascondere il
pianeta sotto un perenne strato di nubi.
Però qualcuno fece
credere addirittura, di riuscire a scorgere il pianeta oltre le dense nubi. Il
solito Papp descrive il pianeta come un’immensa foresta rigogliosa con piante
che si innalzano fino a 50 metri dal suolo, con un fogliame così fitto che non
lascia passare la luce del sole ed un clima torrido dove si abbattono improvvisi
cicloni e fulmini di potenza incalcolabile.
Ma l’ipotesi più folle
fu descritta da Gruithuisen che per spiegare alcune luminescenze del pianeta
arrivò a dichiarare che si trattava di grandi spettacoli pirotecnici che i
venusiani solitamente organizzano in occasione di celebrazioni religiose o
elezioni politiche.
Stabilito che i pianeti
del sistema solare erano abitati il problema successivo che si posero gli
studiosi del tempo, fu quello di ideare un sistema di comunicazione con i
presunti E.T.
Nel 1896 fu proposto di
inviare segnali luminosi utilizzando grandi specchi rotanti che avrebbero dovuto
riflettere la luce solare verso la zona buia della Terra in modo da essere
visibile nell’oscurità.
Mentre altri proposero
di scavare un enorme canale nel deserto del Sahara, riempirlo di petrolio e
dargli fuoco (alla faccia della crisi energetica !!!), il famoso matematico Carl
Friedrich Gauss propose di tracciare, nelle pianure siberiane, una
rappresentazione del teorema di Euclide mediante l’utilizzo di piantagioni di
diverso colore.
Come si può ben veder
anche i personaggi più illustri non si risparmiarono in fantasticazioni dettate
più da conclusioni astratte che da precise basi scientifiche. L’era dell’astronautica, però ci ha permesso di lanciare innumerevoli sonde che ci hanno impietosamente confermato che, almeno nel sistema solare, siamo completamente soli. E’ certo però che la volontà di dimostrare che non siamo una strana anomalia prodotta da questo universo non si è mai affievolita, come lo dimostrano i vari progetti in corso, il progetto SETI su tutti.
|
||
|
|